Natale · Racconti

Voci dal Presepe

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3333 parole per dirti Buon Natale!                                                                                                                                        (Presepe by Nica’ Creazioni d’Arte Pantelleria)

Ciao! Sono quello che tutti chiamano “l’addormentato del Presepe”, quella immancabile statuina che raffigura un pastore che dorme mentre tutti sono intenti a festeggiare il Natale.

Il mio vero nome è Issa. Per voi passo come quello che non si lascia stupire e sconvolgere da nulla, un po’ come molti di voi oggi che di fronte a tante meraviglie fate l’abitudine e non vi accorgete nemmeno delle cose belle attorno; ma, ahimè, neanche di tante sofferenze e difficoltà che vivono tanti in cammino come voi. 

Vorrei raccontarvi la mia storia per togliermi di dosso il peso degli occhi di tanti che ogni anno, preparando il Presepe, mi guardano con commiserazione o, peggio ancora, con giudizio senza appello, quasi a dirmi: “Ma come fai a dormire in una situazione del genere?!? Se fossi stato io al posto tuo…”

Ecco, come vi dicevo, sono Issa, un nome che porta con sé un pezzettino di quel Dio che io, essendo un pastore, posso solo pregare da lontano: non posso andare al Tempio, né alla Sinagoga, perché le bestie che danno la vita a me e alla mia famiglia non mi danno tregua e nei pochi momenti in cui torno a casa perché faccio finta di aver bisogno di un paio di giorni di tranquillità per aiutare Jussuf, che è ancor più povero di me e ha sei figli piccoli, e gli lascio il gregge così può portare un po’ di latte e formaggio a casa; ecco in uno di quei giorni ho fatto lavare i miei due nipoti Farouq e Ben Issa e siamo andati al Tempio, nella città Santa… Forse mi hanno riconosciuto a causa del bastone che porto da quando un lupo mi ha azzannato il polpaccio mentre difendevo il più piccolo del gregge da una morte sicura, o forse qualcuno dei guardiani mi ha visto qualche volta al mercato mentre vendevo il formaggio; non saprei dirlo, fatto sta che non appena stavo iniziando a salire il primo gradino uno dei guardiani si è fiondato su di me scaraventandomi a terra.

“Via da qui blasfemo!”, mi ha urlato, “vuoi rendere impuro come te il Tempio Santo del Signore?”. Ti confesso che avrei voluto che la terra si aprisse e mi ingoiasse. Non avevo mai provato una vergogna tale, sentivo gli occhi di tutti su di me, sentivo il peso di una condanna che portavo da quando sono nato e avrei dovuto portare per tutto il resto della vita: “sei indegno” , mi hanno ripetuto tante volte e, di certo, sarà così…

Mentre tentavo di rialzarmi, ammaccato e dolorante, con i miei figli che mi proteggevano per evitarmi di essere calpestato dalla folla che faceva ressa per entrare nel tempio, ecco un gruppetto di stranieri da cui spiccavano tre curiosi personaggi vestiti con abiti sontuosi: “saranno dei re”, pensai, e mentre li fissavo dal basso in alto ecco il più giovane, dalla carnagione scura come il catrame, avvicinarsi verso di me. Rimasi un istante interdetto e impaurito, ma mi tranquillizzai pressoché all’istante quando vidi che piegandosi verso di me mi offriva da bere da uno strano recipiente dorato a forma di corno di montone, tutto tempestato di pietre dai colori sgargianti. “Bevi, fratello,” mi disse, “ti farà bene, e non preoccuparti: il cuore di un uomo non può essere giudicato che dall’Altissimo Sovrano. Capisco cosa provi, e ti assicuro, che fuori del mio paese anch’io ho vissuto il peso della discriminazione”. Ma più che le parole mi colpì lo sguardo profondo: i suoi occhi neri mi rapirono in un vortice di emozioni contrastanti: mi sentivo finalmente capito e mi accorgevo di non essere semplicemente lo zimbello dei tanti pellegrini che si accalcavano sui gradini del Tempio… Ringraziai imbarazzato e mentre venivo aiutato a rialzarmi mi accorsi che lo strano personaggio aveva lasciato vicino a me un sacchetto di pelle che conteneva una strana pietra a forma di cuneo e due monete d’argento. Pensai gli fosse caduta mentre mi parlava e tentai di rintracciarlo tra la folla, ma era come scomparso! Decisi di portare il tutto con me nell’evenienza di un improbabile incontro: non avevo intenzione di prendere qualcosa che qualcun altro aveva perduto!

Più smarrito che indolenzito per la caduta, raccolsi le forze per tornare a Beit  Sahour passando da Betlemme. Erano i giorni del grande censimento di Cesare Augusto… Chissà perché quell’uomo vuole sapere quanti sudditi abbia Roma. Forse per sapere quanti potranno pagare le tasse, o forse arruolarsi nei suoi eserciti. Di certo anche noi abbiamo avuto un re che ha fatto questo e non è finita bene! Non è che sia superstizioso, ma questi movimenti politici a me povero pastore ignorante, puzzano più delle mie pecore!

Pensando e farneticando altri improbabili incontri regali, arrivammo a Betlemme. Avevo un amico un po’ strano lí: un viaggiatore spensierato senza famiglia né quattrini. Lo invidiavo tanto, aveva visto la Persia e Roma, parlava la lingua degli italici ed era una specie di enciclopedia come quelle che ancora tenete a far bella mostra nelle vostre librerie. Volevo chiedergli se conoscesse la provenienza di quella strana pietra.

“È onice nera” mi disse con sicurezza. “La utilizzano i popoli dove ha origine il Nilo per proteggere le case dalle influenze negative astrali”. “Il Nilo?” Chiesi sorpreso, “e dove si trova?”. Mi beccai uno scapaccione dal mio vecchio amico: “povero pastorello ignorante, non ti hanno mai raccontato dei faraoni e della schiavitù del popolo di Israele?”. Arrossii per la superficialità con cui avevo fatto la sciocca domanda. Spesso è più semplice far fare agli altri lo sforzo di ricordare che mettere in movimento la nostra memoria.

Eppure vorrei saperlo dagli Angeli per quale misterioso disegno alcuni nascono ricchi sfondati senza problemi, senza dover faticare un istante nella vita – come il nostro Re Erode, quel fantoccio di Roma che pensa solo a fare festini e bagordi – e altri, molti altri, non hanno di che mangiare anche se lavorano duramente e non riescono a dare ai figli un futuro migliore, come dite voi: “non arrivano alla fine del mese”. Vi ho sentito, sapete, quando vi fermate davanti al presepe e, forse come una preghiera, o molto più spesso perché mi sono reso conto che parlate sempre, anche quando dovreste stare in silenzio ad ammirare il Mistero del Natale, sottolineate, già da quando ci montate, che questo Natale sarà un Natale povero, perché stanno finendo i soldi… Non capisco davvero, perdonatemi se ve lo dico, come avete ridotto il Natale: parlate sempre di soldi, più volte vi ho sentito dire che al Pranzo di Natale non avete invitato quel parente o quel talaltro perché “non vi ha portato rispetto” (Ma che significa?). E  magari la Notte nelle vostre Chiese avete abbracciato e baciato perfetti sconosciuti che stavano seduti accanto a voi… mah!

Noi Pastori, considerati “senza Dio”, ci rispettiamo, ma se succede qualche cosa o qualche cane sbrana qualche pecora di qualcun altro, nel nostro codice di onore si provvede a rimediare al danno, sostituendo la pecora – per esempio – con una propria e poi si riprende la vita normale, senza strascichi né vendette. E si vive tranquilli, senza paura. Per non parlare del fatto che, prima o poi, potrebbe capitare che il mio cane ammazzi la pecora di un altro pastore… quindi, che vale giudicarsi a vicenda quando queste sono cose che possono accadere a tutti?

Ecco, ma da dove sono partito per arrivare a questa discussione? Boh? La mamma me lo diceva sempre che da piccolo ero un sognatore: non riuscivo mai a finire un discorso, perché mentre parlavo si illuminava qualcosa nella mia testolina che, inesorabilmente iniziava a seguire quel nuovo pensiero, come un cucciolo il suo padrone.

Ah, si! Ecco! Dicevo che i ricchi (pochi), anche se hanno tanto tempo a disposizione, non pensano ai poveri (molti) che di tempo non ne hanno proprio perché sono sempre intenti a sbarcare il lunario! E così anche qui a Betlemme in questi giorni: gli alberghi sono pieni di ricconi venuti per il censimento, chi ha ancora parenti chiede loro ospitalità e c’è un fermento strano: brulicano carovane di gente che sembra spaesata, tra i tanti in questo momento sto guardando una giovane coppia che si guarda intorno cercando non so che cosa. Lui sembra nervoso e dal volto assomiglia tantissimo al vecchio Mattan, il falegname… un sant’uomo che lavorava notte e giorno per sostenere la famiglia, la sua casa era la casa di tutti e sempre si trovava una tazza di caffè caldo in inverno o un mestolo di kefyr in estate. Mise da parte i soldi necessari per far  uscire da Betlemme il figlio Giacobbe per creargli un futuro migliore. Non appena Giacobbe partì Mattan si ricongiunse ai Patriarchi. Una vita spesa per gli altri, sapete? Il suo ricordo è ancora presente, come se fosse vivo, dopo più di ottant’anni qui a Betlemme! Eh, si, quel giovane deve essere proprio il figlio di Giacobbe è tale e quale al vecchio Mattan. Ma perché avrà l’aria così nervosa? Ora mi avvicino…

“Buon uomo” – Disse il pastore al giovane che conduceva su un’asina la sua sposa -“Buon uomo, ha bisogno di qualcosa?”, e mentre faceva questa domanda, Issa si rese conto che la donna, una giovane donna, nascondeva tra le larghe pieghe della sua veste il meraviglioso mistero della vita: era una futura mamma. “A considerare dal pancione si direbbe che sarebbe lì lì per partorire” – pensò il pastore, e continuò tra se e se – “Ma chi glielo ha fatto fare? I giovani di oggi sono proprio senza coscienza: affrontare un così lungo viaggio per fare un piacere all’imperatore, mettendo a rischio una, anzi due vite! Mah, questi tempi moderni…”

“Ehi, ehi carissimo!” – la voce calda dell’uomo lo fece ritornare sulla terra. “Ho ben capito che ci hai offerto il tuo aiuto?”. Issa si morse le labbra pensando che spesso la sua lingua era molto più veloce del suo cervello, ma annui.

“Piacere, sono Jussef Ben Jakob e mia moglie si chiama Miryam, veniamo da Nazareth e lei ha ormai completato i nove mesi per il parto. Pensavo di trovare un posto tra i parenti, ma ho quasi l’impressione che ovunque bussiamo ci sia pronto un cordiale rifiuto. Mi sapresti indicare un luogo dove poter pernottare? Ho paura che il tempo a disposizione prima del parto sia poco e non vorrei sentire ancor maggiore il peso di aver coinvolto Miryam in questo viaggio.”.

“Ma sì” – pensò Issa – “prima fanno le cose senza pensare e poi devono trovare qualcuno che risolva i loro problemi, comodo!”. Ma mentre rifletteva incrociò gli occhi della giovane mamma e restò abbagliato da tanta tenerezza e da quel color castano profondo come la terra di Israele. L’iride sembrava quasi un tutt’uno con la pupilla. Con fare goffo incominciò a chiamare un giovane pastore che passava di lì, si avvicinò alla donna e incominciò a dirle: “Signora, ma lei non può andare sull’asino in queste condizioni, scenda, organizzeremo con  il mio amico Sami una lettiga dove si potrà stendere e riposare – ma cosa sto dicendo? – forza, forza Sami, prendi quelle due aste e tendiamo questi sacchi, prego si accomodi signora!”. Miryam sembrava sollevata nel vedere il volto del marito, finalmente rilassato per la premura del pastore e si abbandonò sulla lettiga improvvisata iniziando a riposare.

“Signor Jussef”, disse Issa, “in questi giorni Betlemme è un formicaio e mi sembra proprio che la sua sposa non abbia il tempo di girare ancora bussando a porte che non si aprono. Io la sera dormo con i miei animali che mi riscaldano in una piccola grotta che ho riparato alla meno peggio dalle intemperie con dei rami di palma. Sembra meno che una capanna, ma per me è una reggia e non è lontana da qui: potrei cedervela per questi giorni, io porterei via le pecore al pascolo, così da lasciarvi tranquilli”.

Gli occhi di Jussef iniziarono a brillare e due calde lacrime scesero sul suo volto, inumidendo anche la barba sparuta. “Grazie, buon uomo, l’Altissimo ricompensi la tua generosità”. E si incamminarono.

Cammin facendo, però, Issa fu colto da una crisi di panico pensando alle condizioni della sua grotta. I pastori non sono certo l’immagine della pulizia e dell’igiene, ma lui era proprio al di sotto della media. La capanna non la puliva da quando era morta la compagna della vita, l’angelo del suo focolare, in effetti si era un po’ lasciato andare e ora si era pentito di esser stato così ospitale. Aveva paura di esser giudicato da quei Nazaretani che sembravano brave persone ma che, magari, avevano la puzza sotto il naso come gran parte degli abitanti del Nord della Galilea

“Ma chi me l’ha fatto fare? Aveva ragione Ranja, la mia dolce sposa, che mi rimproverava sempre di avere il cuore più largo del cervello… eppure cosa ci posso fare, la vita mi ha insegnato ad avere il cuore, sempre un po’ più tenero e morbido della testa!”. Pensando e rimuginando arrivarono alla grotta. Non era certo di bell’aspetto, ma Issa e Sami si misero subito all’opera, dopo aver fatto accomodare l’uomo e la sposa su due giacigli di paglia ed aver loro offerto una porzione di ottimo latte acido di capra.

Svuota, pulisci, riordina. E ancora, riordina, svuota, pulisci. Sembrava di essere al punto di partenza. Il sudore, anche se il freddo era pungente, colava copioso dalla fronte di Issa e si impastava con la polvere che ormai era in sospensione nell’aria. “Forse ho peggiorato la situazione di quei due poveri disgraziati”, pensò, “magari se non mi fossi offerto avrebbero trovato qualche stanza degna di questo nome!”. Nel frattempo, Jussef dopo aver fatto stendere la propria sposa si era messo anche lui a dare una mano, la qual cosa aumentava a dismisura l’imbarazzo di Issa.

Dopo diverse ore, finalmente, sembrava che l’impresa volgesse al termine. Avevano preparato due giacigli, separato l’ambiente in cui la donna avrebbe partorito, pulito la mangiatoia, appoggiandovi paglia fresca e un candido telo per appoggiare l’infante come in una culla. Avevano deciso di lasciare solo l’asino che avrebbe contribuito, con il calore del corpo, a mantenere la temperatura della grotta confortevole.

“Buon uomo”, disse Jussef, “l’Altissimo ricompensi la tua generosità e ti renda doni centuplicati!”. Quelle parole entrarono profondamente nel cuore di Issa, ma ancor più entrarono nella sua anima gli occhi di gratitudine della donna, che sembrava ormai pronta a dare alla luce il figlio. Quegli occhi Issa non li avrebbe dimenticati per il resto della vita.

Issa congedò l’amico Sami che gli aveva dato una mano, regalandogli una forma di buon cacio stagionato e lesse nel suo sguardo una grande gratitudine per il dono.

Ricordo ancora che uscì dalle mie labbra una benedizione per quel figlio che, mi confidarono gli ospiti, avrebbe avuto il mio stesso nome: Jesuah. Che strano, non avevo mai imparato le preghiere, perché dall’età di sette anni ero stato mandato insieme allo zio a pascolare. Eppure quelle parole sgorgarono dal mio cuore come l’acqua della fonte di Bet Janina.

Leggère le parole, pesante il passo. Ormai non avevo più l’età per questo genere di avventure: prima il pellegrinaggio a Gerusalemme, poi improvvisarmi portantino per quella donna, le pulizie alla grotta. Da lontano sentii latrare i miei cani e capii che il gregge era vicino. Finalmente avrei potuto riposare un po’. Invece, non appena mi stavo appressando a raggiungere le pecore ecco una voce conosciuta gridarmi dietro: “Issa, Issa…!!!”

Ansimando la voce si materializzò proprio dietro le mie spalle: era quel filibustiere di Baruch… se è vero quello che dicevano i vostri antenati latini, che il nome è un presagio, ecco: Baruch era l’eccezione che conferma la regola! Non c’era persona disgraziata come lui in tutta la Giudea, la Galilea e, crepi l’avarizia, anche nella Samaria! Altro che Benedetto, come lo chiamereste voi oggi: nato prematuro, un problema di salute gli ha reso una gamba più corta dell’altra. Per aiutare i genitori malati ha dovuto lavorare al soldo delle peggior specie di agricoltori da quando aveva sei anni. Nonostante tutte queste disgrazie ha trovato una moglie che lo ama… ma la suocera… la suocera è una strega che non è contenta se non lo umilia pubblicamente. E proprio la suocera è la causa della sua corsa zoppicante da me. E’ arrivata a sorpresa a casa e Baruch non ha nulla da offrirle. E cosa fa? Viene da me a chiedere aiuto. Mi domando se per caso non abbia sbagliato mestiere… potevo benissimo essere uno di quei vostri professionisti che risolvono i problemi di chi è in difficoltà. Invece sono qui a fare il pastore. Stanco morto, per di più senza casa per qualche notte e con questo povero disgraziato che mi chiede aiuto.

Va bene, se le forze mi accompagnano gli regalerò uno degli agnellini che avrei dovuto portare domani al mercato. Così farà bella figura con quell’arpia e non sarà umiliato ancora una volta da lei. Noi pastori che di umiliazioni ne riceviamo tante, dobbiamo essere solidali con i disgraziati, no?

E correndo qui e lì dietro al gregge, Issa afferrò il più bello tra i suoi agnelli, e ansimante lo uccise e tolse la pelle e le interiora. Lo divise in quarti e lo regalò al povero malcapitato. Che andandosene quasi gli baciava i piedi per ringraziarlo. Lo colpì lo sguardo di Baruch… ebbe quasi l’impressione di averlo visto da poco. Gli sembrò proprio simile a quello della giovane donna che stava per partorire. “Sono proprio stanco, per pensare queste cose! Il vecchio Baruch, uomo consumato dalle tragedie della vita con lo sguardo di una giovane mamma… mah! forse farei meglio a staccare un po’ per non correre il rischio di diventare pazzo”.

Guardò in lontananza i fuochi dei bivacchi dei pastori crepitare dispersi per le colline e capì che si era fatto davvero tardi! Le membra erano distrutte, ma nel cuore aveva una strana serenità. Alzò gli occhi al cielo e vide una strana luminosa stella, che non conosceva. Brillava più di tutte le altre e non poté fare a meno di pensare alla sua sposa. Una lacrima gli sgorgò calda dagli occhi e inumidì il viso arso dal sole. Pensò alla sua giornata e pregò: “Dio, altissimo, forse non accetterai queste mie parole, perché sono un indegno, ma ti prego di proteggere la giovane sposa con il suo uomo, sono incoscienti sì, ma meritano il tuo aiuto! Ricordati anche di Sami e di quel disgraziato di Baruch. Certo, se te ne fossi ricordato un po’ prima magari non sarebbe in queste condizioni. O forse, è proprio perché ti sei ricordato di lui che, almeno ha una moglie che lo ama, e qualche amico fidato. Insomma, fai tu! Poi ricordati anche di me, che ho lontano l’amore della mia vita e mi sento tanto solo. Dalle tu un bacio per me!”. E mentre diceva queste parole si addormentò profondamente, così profondamente da non sentire che in quella notte le schiere celesti svegliarono i pastori dei bivacchi per annunciare che a casa sua, nella grotta dove aveva ospitato la giovane coppia era nato il Salvatore. Non si svegliò, ma sognò quel bambino rivestito come di una luce, con gli occhi profondi come la terra, gli stessi della madre, lo stesso sguardo di Sami quando gli donò il formaggio e di Baruch quando ricevette l’agnello da portare a casa.

“E il Verbo si è fatto Carne”, scriverà l’evangelista di quella notte. Ma la Parola si è fatta carne anche nelle azioni di Issa che adesso riposa sereno.

L’addormentato del presepe.

Addormentato

Colui che custodisce il segreto dell’Amore, che non è fatto di formule da recitare a memoria o da snocciolare come frutta secca, ma di attenzioni, cuore e gesti semplici ma profondi che fanno del Natale, non il festival dei buoni sentimenti,  l’unica festa di compleanno in cui il festeggiato non è presente e nemmeno invitato, ma la festa dell’Amore attento: l’Amore di Dio che diventa uno di noi e l’Amore dell’uomo che offre il suo aiuto senza pretendere in cambio.

Buon Natale anche a te che sei arrivato alla fine di questa storia… 

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