Racconti

Il lupo cattivo

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C’era una volta, come in ogni favola che si rispetti, un lupo dai dentacci lunghi e affilati e dal pelo ispido che per sfamarsi doveva andare in cerca di carne fresca, visto che la natura non gli aveva fornito uno stomaco che potesse digerire altro. Come ogni lupo cattivo da manuale aveva una sola moglie da cui aveva avuto tre figli: i primi due erano già grandi ed erano migrati verso altre storie. Il piccolo, invece, stava ancora tra le ginocchia della mamma lupa e prometteva di diventare anche lui un lupo cattivo coi fiocchi.

Poi c’era mamma cerbiatto con il suo cucciolo che scorrazzava felice tra i boschi.

Infine c’era un cacciatore col suo bel fucile lucido lucido, gli stivali e il berretto con la piuma.

E tutto sembrerebbe andar liscio come l’olio: ci sono tutti, ma proprio tutti gli ingredienti per una storia dall’esito più che prevedibile.

Invece…

Un bel giorno, il lupo cattivo uscì nel bosco col piccolo lupacchiotto per insegnargli a seguire le tracce dopo aver nascosto la pelliccia di un vecchio coniglio che già mamma lupa aveva da tempo cucinato e che faceva bella mostra di sé nell’ingresso di casa. Proprio mentre il lupacchiotto, dopo aver preso la prima traccia, iniziava a seguire la scia della pelle del coniglio con la coda dritta e il musetto fisso a terra con il bel naso a tartufo umido, ahimè, si imbatté nel laccio di un bracconiere che gli serrò la zampetta e in un battibaleno lo sollevò da terra lasciandolo penzoloni sull’albero di quercia cui era stata legata la trappola.

Papà lupo inorridì nel vedere il suo piccolo catturato e gli si straziò il cuore al sentirlo guaire di dolore e di paura. Ma non si diede per vinto. Iniziò forsennatamente un tentativo di arrampicata dell’albero, ma senza fortuna. Provò a saltare più in alto possibile per afferrare la punta del ramo cui era legato il laccio, che a causa del peso del cucciolo si era inarcata verso il basso, ma la sua mole e la poca agilità non gli consentirono l’impresa. Allo stremo delle forze decise di andare a chiedere aiuto: intimò al piccolo lupo prigioniero di sforzarsi di rimanere in silenzio, così da non attirare l’attenzione dei malvagi cacciatori e con due balzi scomparve tra gli arbusti del sottobosco.

Passava in quel momento di là mamma cerbiatto con il suo piccolo cucciolo che trotterellava allegramente dietro di lei, gli occhioni scuri e profondi manifestavano spensieratezza e allegria, mentre la mamma di tanto in tanto brucava qualche ciuffo di erbetta. Non appena giunti sotto la quercia capirono dal trambusto e dalla confusione delle foglie del sottobosco che da poco era successo qualcosa. Alzando lo sguardo videro il povero lupacchiotto con la zampa catturata dal laccio penzolare silenzioso e impaurito nell’attesa del ritorno del papà lupo cattivo. Sorpresi da una tale scoperta mamma e figlio iniziarono a deridere il piccolo lupo gridandogli: “lupo cattivo, che fai lassù? Che tempo fa? Ecco finalmente che da lì non potrai fare del male! Magari i cacciatori potessero togliere tanti pericoli come te dal nostro bosco!”. E ridacchiando e canzonandolo iniziarono a fare un gran baccano anche con gli zoccoli.

Il povero cucciolo di lupo fu assalito dal terrore e cominciò ad implorare: “Signora cerbiatto, vi prego, smettetela. Io non vi ho fatto mai del male. Sono ancora così piccolo. La natura ci ha resi rivali, ma nel bosco combattiamo ad armi pari: Voi potete fuggire e nascondervi perché siete più veloci, e noi dobbiamo trovare le condizioni migliori per potervi attaccare e nutrirci. Ma il cacciatore non ha bisogno di cibo e vuole solo la nostra pelle per farne arredamento: me lo raccontava mio nonno che una notte di bufera avvicinandosi alla sua casa ha visto le pellicce di tanti amici sul pavimento!”.

Mamma cerbiatta non sembrò convinta della richiesta di aiuto del lupo e continuò a prendersi beffe di lui dicendo: “Ma dai, pensavo che i lupi volassero, perché non ti liberi e vieni qui giù a mangiarci?”. Mentre il piccolo cerbiatto sembrava totalmente disinteressato alla discussione e continuava a brucare l’erbetta.

– La supplico, signora, appena tornerà papà gli dirò di non fare più del male a lei e alla sua famiglia se vorrà ascoltarmi e smetterà di attirare l’attenzione di orecchie indiscrete con i vostri schiamazzi!

Non appena la cerbiatta capì dalle parole del piccolo prigioniero che il lupo cattivo sarebbe tornato da lì a poco, si allarmò e il sorrisetto canzonatorio si trasformò in un ghigno di apprensione. Drizzò le piccole orecchie muovendole repentinamente a destra e sinistra per carpire i più piccoli movimenti tra gli alberi.

Ma era ormai troppo tardi! Il cacciatore, infatti, richiamato dal trambusto ed imbracciato il fucile, stava dirigendosi a lunghe falcate verso il luogo dove aveva posto la trappola. Presagiva già in cuor suo di aver preso qualcosa di molto interessante quando vide il lupacchiotto penzolante dal laccio e un piccolo cerbiatto al pascolo sotto di lui.

Mamma cerbiatto vedendo muoversi tra le foglie l’ombra del cacciatore, sopraffatta dal terrore, con un balzo si perse tra gli arbusti del sottobosco noncurante di aver lasciato dietro di sé il suo piccolo.

Nel frattempo il lupo cattivo stava tornando per tentare di tirar giù il suo cucciolotto con l’aiuto di un lungo bastone di canna che conservava vicino alla tana. Si sentì quasi investito da un’ombra che lo scavalcò e proseguì la sua corsa tra gli alberi. Non fece in tempo a vederlo ma pensò che fosse un cerbiatto in fuga. Tutto ciò non lasciava presagire nulla di buono e accelerò la corsa!

Il cacciatore ebbe il tempo, mentre si interrogava sulla strana situazione che gli si presentava davanti agli occhi, di caricare la doppietta, prendere la mira sul cucciolo di cerbiatto e fare fuoco. Si udì un boato, gli uccelli presero il volo dai rami in cui erano appollaiati in un fragoroso batter d’ali e il piccolo cerbiatto si accasciò a terra colpito a morte. Il secondo colpo era per il lupacchiotto.

Prese la mira con la canna ancora fumante, premette il grilletto, e mentre sentì il contraccolpo colpirgli la spalla, vide il lupo cattivo che con un balzo si frapponeva tra il suo fucile e la preda digrignando i denti e avvicinandosi minaccioso. Ormai il colpo era partito, ma fece in tempo a tornare sui suoi passi di corsa, sopraffatto dallo spavento per non essere assalito dalla grossa bestia.

Il lupo cadde rovinosamente a terra ferito dal colpo di fucile. Il lupacchiotto che assistette impotente alla scena emise un lungo ululato che attirò l’attenzione del branco che lì vicino stava perlustrando la zona alla ricerca dei due lupi.

Il lupo cattivo, perdendo molto sangue dalla ferita, alzò verso il suo piccolo lo sguardo carico di affetto e avrebbe voluto dirgli che era fiero di lui, che la sua morte non sarebbe stata inutile. Avrebbe voluto fargli capire che non lo avrebbe mai lasciato al suo destino e quel triste epilogo era la conseguenza naturale di quel legame tra padre e figlio. Al tempo stesso provava pena per quel piccolo cerbiatto che aveva finito la sua esistenza in un modo così orribile, senza nessuno che tentasse neanche di difenderlo. Infine avrebbe voluto consegnargli un ultimo insegnamento: anche se il mondo avrebbe continuato a chiamarlo lupo cattivo, lui avrebbe dovuto vivere secondo la sua natura, senza mai approfittarsi della superiorità sugli altri animali del bosco, ma unicamente per l’esigenza di sopravvivenza. Poi pensò al cacciatore e alla mamma cerbiatto e rifletté che se le storie le avessero scritte i lupi, magari sarebbero passati loro nell’immaginario collettivo come i personaggi cattivi.

I pensieri si susseguivano, la vista si annebbiava… ebbe solo la forza di ululare al piccolo “sii te stesso!”. Poi vide una luce accecante, chiuse gli occhi e si spense.

Arrivarono i lupi del branco e liberarono il piccolo cucciolo riportandolo da mamma lupa, dopo aver onorato il coraggio del lupo deponendolo ai piedi del Grande albero.

Ci sono etichette che, spesso, appiccichiamo sulle spalle degli altri difficili da modificare. Nel tempo, poi, le etichette sostituiscono la realtà dei fatti.

Poi ci sono alcuni che sembrano buoni, e magari lo sono, fin quando non c’è qualcosa che li minaccia in prima persona.

E poi c’è l’”uomo”, ogni uomo, che può scegliere liberamente da che parte stare.

Infine ci sei tu, che stai leggendo.

Magari stai pensando ai cattivi che nella vita si sono approfittati della tua bontà. Prova a cambiare prospettiva: pensa che,  forse, spesso siamo noi i finti buoni delle nostre storie.

Trova qualcosa di buono anche in coloro che consideri cattivi e, vedrai, che l’anno che si apre avrà per te una luce diversa.

Buon 2016!

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