Prodromi

Notti-Bianche-di-San-Pietroburgo-Fortezza-dei-Santi-Pietro-e-Paolo

Pietroburgo, Settembre 1863.

Cosa mi spinge verso nuovi orizzonti? Forse il desiderio di un immenso che non riesco ad afferrare né a raggiungere.

Quando prendo la penna e inizio a scrivere, l’odore di inchiostro penetra le mie narici e vengo proiettato verso mondi paralleli: il lungo viaggio di quel fluido nero che scorre sul bianco dei miei fogli, partito da terre lontane, le storie degli uomini che lo hanno prodotto, trasportato, fatto arrivare fino a me. La vita di Nikolaj che me lo ha portato con un giorno di ritardo perché ha dovuto accudire la moglie ormai prossima al parto.

Poi sento le voci incalzanti degli operai giù nella Kazanskaya Ulitsa, mi sembra di capire che litighino perché qualcuno ha sottratto un piccolo involto in cui era custodito qualcosa di prezioso da portare alla vecchia ebrea del secondo piano per ottenerne in pegno qualche rublo. Quanta povertà qui a Pietroburgo. Una povertà diversa da quella di Semipalatinsk, della famiglia della mia amata Marja Dmitrevna: lì ci si vestiva di stracci ma si manteneva la dignità anche quando una giovane veniva data in moglie perché potesse avere qualcuno che si occupasse di lei e sostenesse i figli. Qui in città, invece, molti sono come avvoltoi pronti a gettarsi sui cadaveri.

Ricordo anche la storia di Andrey Romanovich che nella fortezza di San Pietro e Paolo, battendo con il cucchiaino sulla porta dell’angusta cella mi comunicò che in preda alla disperazione uccise uno strozzino cui aveva affidato le fedi nuziali per sfamare i suoi figli.

E ancora la mia mente si popola di immagini: guardo la strada e vedo universi che percorrono i marciapiedi innevati, si osservano, ma procedono ognuno seguendo la sua orbita attorno a un centro di attrazione invisibile.

Eppure tutti vivono come se non dovessero morire mai: le nefandezze che compiono, i desideri che bramano non sono mai frenati dall’incertezza del domani. Penso all’amico Apollon, strappato alla vita in modo così repentino… il suo universo si è fermato anzitempo. Ormai il sole è tramontato qui sui canali della Neva. Giunge ancor oggi l’ora di scrivere Fedor Mikhailovich – apostrofò sé stesso – coraggio – e iniziò: “In una giornata straordinariamente calda del principio di luglio, verso sera, un giovane – (Rodiòn Romànovic Raskòlnikov) – uscito dalla stanzetta che aveva in subaffitto nel vicolo S. scese in strada…”

Se vuoi leggi dietro le quinte di questo racconto

Un commento

  1. Forse dovrei rileggerlo anche io…… non riesco a risponderti dal sito perché tutto in lingua inglese e io sono una schiappa. Ti abbraccio

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