Racconti · Riflessioni "di campagna"

Perchè nessuno è Istanbul, Ougadoudou (Burkina Fasu)?

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Un’aula di un Liceo in una nostra Città, ai giorni nostri.

“L’impero romano cadde nel 476 dopo Cristo dopo che il germanico Odoacre depose l’ultimo imperatore Romolo Augusto, ricordato anche con il diminutivo di “Augustolo”, in quanto era poco più che un bambino quando ascese al trono, dove rimase appena per undici mesi”.

Giovanni dalla sua cattedra, di tanto in tanto alzava lo sguardo per vedere se i ragazzi lo stessero ancora seguendo in quel lungo viaggio nell’antica Roma, mentre gli passavano sotto gli occhi come in una sinossi mentale i fasti anacronistici degli ultimi anni della corte e la povertà dilagante nel resto dell’impero.
E mentre i ragazzi tra i banchi finivano di prendere appunti, pensò che la strategia stava davvero riuscendo: Aveva carpito l’attenzione dei suoi studenti e adesso aspettava solo l’occasione per lanciare il suo cavallo di battaglia.
“Fu tutto frutto delle invasioni barbariche, prof?” – chiese con curiosità un ragazzo con il volto pieno di acne seduto tra gli ultimi banchi.
Scosso da una domanda così ovvia e al tempo stesso così interessante, Giovanni pensò che l’occasione gli era stata servita su un piatto d’argento: chiuse il libro di testo, iniziò a guardare ciascuno dei suoi alunni pensando anche al figlio che aveva lasciato a casa con la febbre: per loro, probabilmente, il futuro non sarebbe stato roseo come si pensava fino a una decina di anni prima e, sedendosi sulla cattedra proseguì: “Ve lo dico con sincerità, ragazzi, quelle che i libri di testo ci fanno vedere come “invasioni barbariche”, altro non erano che migrazioni di popoli che abbandonavano la loro terra spinti da altre popolazioni o da guerre intestine provocate dalla stessa Roma ai confini dell’impero”.
Chiuse gli occhi e vide i barconi carichi di migranti raggiungere le coste della sua bella Sicilia, spinti in questi viaggi della disperazione da quei luoghi in cui l’opulento Occidente aveva prima tirato tutto ciò che si poteva tirare e poi aveva inesorabilmente abbandonato alla sua sorte: Afghanistan, Iraq, Siria, Somalia, Uganda, Congo…
“Questi popoli” – proseguì spiegando con lo stesso tono che usava ogni sera mentre raccontava le storie  per far addormentare il figlio – “faticarono a farsi accettare e, di tanto in tanto, qualche scaramuccia per trovare nuovi equilibri era inevitabile, ma alla fine trovarono accoglienza, perché l’impero stava vivendo serie difficoltà: il calo demografico, per esempio, dovuto non solo a guerre e carestie, ma anche a tante epidemie”. Mentre i ragazzi sempre più interessati prendevano appunti, fu naturale pensare al contemporaneo calo delle nascite dovuto, però, al benessere e agli standard economici sempre più elevati, alla mancanza di lavoro, tutte realtà che non consentivano, nella maggior parte dei casi, di mettere al mondo più di un figlio per coppia.
“Altre cause di crisi furono le difficoltà economiche produttive della campagna, la perdita della coesione sociale dovuta alla divisione squilibrata della ricchezza: lusso per pochi ed estrema povertà per quasi tutti e, infine, la perdita di autorevolezza e autorità da parte del Governo dell’Impero che assumeva le cause della corruzione, dell’eccessiva burocrazia e di una pressione fiscale che finiva sempre per schiacciare chi aveva di meno”.
“Anche Odoacre, pensate un po’, era un generale, re di una tribù prima ostile a Roma, ma in seguito accolta tra le fila delle popolazioni fedeli, tanto da concedere allo stesso il titolo di “Patrizio dei Romani”, acquisendo pari diritto di ogni cittadino.”
“Ma allora, prof, i romani non si accorsero che il loro impero stava crollando?”, interruppe stancamente una ragazza che continuava con noncuranza ad effettuare una sommaria manicure alle unghie della sua compagna di banco.
“Proprio qui sta la chiave! Tutto avvenne lentamente e inesorabilmente e le schermaglie che di tanto in tanto avvenivano sotto forma di saccheggi e scaramucce sono sempre state sottovalutate finché era ormai troppo tardi. Perché, cari ragazzi, ricordate che non sempre il più intelligente e il più forte ha la meglio: alle volte la furbizia è preludio di grandi vittorie!”
E su quest’aforisma improvvisato si udì il suono liberatorio della campanella che riportò ognuno con un balzo di più di un millennio e mezzo nella reale quotidianità fatta di corse per prendere il bus, compiti per casa svolti più o meno sommariamente e pomeriggi trascorsi con gli amici.
Giovanni mentre vedeva i suoi alunni fiondarsi fuori con gli zaini ancora mezzi aperti pensò ai ventitré mondi che gli passavano innanzi, ai loro desideri a ciò che avrebbe riservato loro il futuro, alle mille battaglie che avrebbero affrontato per attraversare il misterioso e meraviglioso fiume della vita e, lentamente, rasserenò la sua anima che si era turbata nella lezione appena conclusa.
Accertatosi che nessuno fosse rimasto in classe, chiuse la sua borsa consumata, mise sciarpa e cappotto e a passo lesto uscì dall’istituto.
“Salute Mira!”
“Buon pomeriggio professor Restivo, mi saluti la piccola peste non appena arriva a casa!”
“Ma certo, non vede di certo l’ora di tornare a farla disperare”.
“Ma cosa dice mai? è sempre un piacere intrattenere un trottolino frizzante come suo figlio, tutto suo padre!”, concluse con sincero entusiasmo la bidella che, ormai prossima alla pensione, ricordava quando tra i banchi del liceo il professore, allora studente, era sempre in prima linea quando c’era confusione: dagli scioperi, alle assemblee studentesche, alle feste tra gli istituti.
Il suo sorriso fece capire all’anziana bidella che anche lui non aveva dimenticato le tante marachelle commesse. E adesso che era uno tra i professori più amati dell’intero istituto, non aveva smesso di essere un insegnante sopra le righe, proprio per questo era rispettato dagli studenti e un po’ invidiato dai colleghi.
Girando l’angolo Giovanni vide nel grigio cielo invernale un raggio di sole penetrare le nubi ed illuminare il lontano campanile della Cattedrale: la croce dorata riempì di speranza il suo cuore e continuò trotterellando verso la vicina stazione della metropolitana.
Fiumi di persone si riversavano per le strade uscendo dagli uffici, dai negozi appena chiusi: mille volti intenti a percorrere poche centinaia di metri per raggiungere il mezzo di trasporto che li avrebbe riportati a casa, nel caldo focolare domestico. Si accorse che erano volti differenti per colore della pelle, tratti somatici, ma anche per gli stati d’animo che attraversavano: chi era preoccupato per un lavoro che non garantiva il futuro, chi avrebbe dovuto affrontare un esame importante e chi pensava alla famiglia lontana, come probabilmente quel ragazzo davanti a lui che indossava un thobe bianco come la neve che ondeggiava ad ogni suo passo, unica nota stonata un pesante giubbotto che interrompeva la forma lineare dell’abito tradizionale arabo. I suoi occhi vispi sembravano cercare qualcosa nei paraggi. E mentre gli occhi di Giovanni si posavano su un’altro compagno di viaggio per fantasticare sulla sua vita udì un urlo agghiacciante perforò i suoi timpani: “Allah ‘u akbar!”.
Non fece in tempo a realizzare quanto stava succedendo accanto a lui che la sua vista si annebbiò, un dolore diffuso avvolse le sue membra e in un istante ripensò a tutte le volte che aveva visto in televisione le crude immagini degli attentati, ai volti insanguinati e agli sguardi impauriti. Un terrore a cui l’Europa non era abituata dal secolo precedente si ripresentava prepotentemente agli occhi.
C’era forse un perché a tutto ciò? Eppure dopo aver esultato per le vittorie con le guerre preventive, gli attacchi chirurgici, le bombe intelligenti cosa era rimasto? Odio, tanto odio, solamente odio.
Nessuno si sente al sicuro, non solo vicino ai cosiddetti “obiettivi sensibili”, ma ciascuno nella sua casa, sotto le coperte: ogni telefonata corrisponde a un sussulto dell’anima. E ci si domanda: “dove sarà il prossimo?”, non se, ma dove, perché ormai l’ingranaggio si  messo in moto e nulla potrà fermarlo.
E mentre la vita inesorabilmente lo abbandonava dalle ferite del corpo e dell’anima, così come la linfa scorre dal taglio di un ramo di fico, un’ultimo pensiero al suo piccolo che lo aspettava a casa e un’ultimo sospiro: “perchè?”

Perché l’uomo non impara mai dai propri errori.

Se vuoi leggi DietroLeQuinte di questo racconto.

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2 risposte a "Perchè nessuno è Istanbul, Ougadoudou (Burkina Fasu)?"

  1. Io non sono Istanbul e Burkina Fasu per motivi che non rientrano con il problema terrorismo, ma una cosa la so sicura, che omai non si può più dire la storia insegna, ma bisogna dire “la storia non ha insegnato niente”. A nessuno.

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