Lettera a mia figlia

L’Italia non esiste, figlia mia. Non esiste più, o forse, non è mai esistita. Sempre divisi su tutto da Nord a Sud. Andiamo dietro a chi grida di più: l’altro ieri dai balconi, ieri dai palchi dei comizi, oggi sui social.

E quello dei migranti è solo l’ultimo problema, più ancora della Capitana radical-chic  e meno ancora di ciò che sta sotto: Il diritto alla vita (sicura).

Perché si pensa sia un mio diritto uccidere o lasciar morire chiunque attenti alla mia tranquillità; e siamo capaci di mettere sullo stesso piano un rapinatore che mi si intrufola a casa, un embrione o un disperato che fugge con le piaghe nel cuore dai paesi in cui guerra, fame e disperazione sono stati creati e sostenuti da chi grida “Prima noi”…

Crescerai e studierai, figlia mia, studierai che discendiamo dal grande, invincibile Impero Romano. Studierai e lo studio dovrà servirti a fare memoria. L’invincibile Impero che si estendeva dalla Spagna alla Persia, dall’Africa alle fredde terre del Nord non c’è più. Studierai, figlia mia, che ad un certo punto arrivarono le invasioni di coloro che  i romani chiamavano “barbari”. Ma non furono invasioni così come le raffigurano nei film. Furono lenti e progressivi cambiamenti fino al 476 data in cui si ricorda il primo imperatore di origine germanica Odoacre che spodesta l’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo un nome che già di per sé fa tenerezza, ma a me personalmente fa paura. Fa paura pensare che – pur di mantenere il potere – generazioni di nobili romani riuscirono a mettere sul trono dell’Impero un inetto pargolo facilmente manipolabile.

Ma non è solo questo che vorrei dirti, figlia mia. Vorrei partire da lontano, da quelle migrazioni verso il centro di Roma che furono la causa della scomparsa dell’Impero. O forse no.

Perché c’è una causa prima che, spesso, non è visibile ad occhio nudo e che bisogna scavare per andare a trovare. Non è che un bel giorno di primavera ci si sveglia, ai confini dell’impero, e si decide di invadere Roma. Cosa è successo, allora?

Ti racconto una realtà che è sotto gli occhi di tutti, figlia mia, ma che spesso si fa finta di non vedere, perché è più semplice scaricare le colpe sull’ultimo anello della catena piuttosto che trovare le origini del problema. 

Roma era diventata grande, tanto grande, al centro erano aumentati a dismisura i burocrati, i nobili, i parvenu assetati di denaro più che i vampiri del sangue. Ai margini i popoli continuavano a pregare i loro dei e coltivare i loro campi, allevare i loro animali, ma si sentivano parte del grande Impero Romano. Oddio, non è che proprio a tutti questa realtà allettasse parecchio; tant’è vero che periodicamente si accendevano piccole e grandi ribellioni di tribù che, spesso, venivano represse nel sangue. Ma a chi aveva accettato prono i nuovi conquistatori, la vita apparentemente non era cambiata di troppo. Succedeva, però, che gran parte delle ricchezze andavano a finire nella Capitale dell’Impero per quelle strade costruite dai romani, vanto di un popolo e di un progresso che altri neanche riuscivano a sognare.

Per quelle stesse strade, figlia mia, passavano non solo i proventi delle tasse, sempre più esorbitanti, ma anche le materie prime preziose del sottosuolo, e – infine – la miglior gioventù destinata ad incrementare le fila degli invincibili eserciti che Roma poteva vantare.

E in guerra, figlia mia – si sa – si muore. E a chi rimaneva ai confini dell’impero, già privato di ogni forma di sostentamento, non restava che migrare alla ricerca di qualcosa che potesse cambiare le sorti di un destino che sembrava irrimediabilmente segnato. E dove andare se non verso il centro di quella realtà in cui si erano concentrate le ricchezze e le forze sottratte?

Poco alla volta, figlia mia, l’”invasione” pacifica generò nuovi equilibri e nuove lotte di potere, fin quando si arrivò ad avere generali, patrizi e nel 1229 ab Urbe Condita ad avere un Imperatore di origine “barbara”.

E non pensare figlia mia che la nostra situazione sia diversa. Non credere che, “semplicemente” lasciando affogare in mare dei poveri cristi eviteremo il ripetersi della storia. Non impariamo dai nostri errori né tantomeno da quelli di chi ci ha preceduto. Abbiamo colonizzato, sfruttato, oppresso chi adesso ci sta “invadendo”. Avremmo dovuto pensarci prima, ma forse saremmo dovuti noi migrare senza le risorse saccheggiate.

Cosa fare, allora? Abbiamo una forza in più rispetto a chi ci ha preceduto: quel fenomeno tanto bistrattato della “globalizzazione” oggi può diventare la migliore arma a nostra disposizione se unita a due magiche parole piene di umanità: accoglienza e integrazione. Non eviteremo l’inevitabile, ma aiuteremo la tua generazione e quelle future a vivere in pace. 

…pensa, figlia mia.

Un commento

  1. Questo post mi ha fatto sciogliere dalla commozione. Sono sempre più orgoglioso di essere da tempo un tuo regolare lettore e commentatore.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.