Disegni

Sei ancora piccola, tesoro mio, ma nel cammino della vita imparerai che ci sono grandi traguardi che raggiungerai. Quegli stessi traguardi, magari qualcuno li marchierà come cocenti sconfitte. Sono solo punti di vista. C’è un rovescio ad ogni medaglia che non sempre è semplice accettare.

Ti voglio raccontare una breve storia:

Un giorno Piero uscì di casa al solito orario per andare a scuola. Alla fermata del bus incontrò Luciano e si accorse che piangeva. “Che succede, cumpa’?” gli disse tentando di sdrammatizzare. Luciano taceva. Piero non si dette per vinto e si piazzò sul sedile accanto a lui.

Luciano era un ragazzo che era cresciuto troppo in fretta dopo la separazione dei suoi genitori e la morte improvvisa della mamma che era precipitata nel tunnel dell’alcolismo; era dovuto tornare con il padre che viveva da solo nella villa di famiglia e aveva una relazione non tanto segreta con la badante dell’anziano nonno con l’Alzheimer.

“Non sono proprio riuscito a studiare per il compito di matematica: ieri il nonno era molto nervoso e tutta la notte gridava come un ossesso che voleva scappare da sua sorella che, però, è morta quando lui aveva sedici anni.” Disse tutto d’un fiato a Piero e continuò: “Se oggi non prendo la sufficienza mi bocceranno e papà mi ha già preannunciato che dovrò lasciare la scuola e cercarmi un lavoro”. Il padre di Luciano alla prima bocciatura era  stato abbastanza comprensivo, perché la mamma era morta da poco, ma lo aveva avvisato che non aveva altre possibilità: non avrebbe più ripetuto un anno scolastico, sarebbe andato a lavorare. E lo avrebbe fatto davvero. 

La bestia nera nel suo percorso di studi era la matematica: non la capiva proprio, era come se entrasse in funzione una sorta di interruttore salvavita nel suo cervello ogni volta che vedeva qualche operazione un po’ più complicata di un’addizione o di una sottrazione. Invece amava le materie letterarie, dove dava il meglio di se’, in maniera particolare la letteratura classica.

Piero, invece, era il più bravo della classe: era sempre stato così da quando aveva iniziato a studiare: non faceva fatica ma riusciva bene in ogni materia, anche se nelle materie scientifiche dava il meglio di sé. I suoi genitori lo avevano educato pretendendo che fosse sempre il migliore e spesso gli ripetevano che per riuscire nella vita avrebbe dovuto dimostrare il suo valore, certo, ma anche evitare di essere troppo accondiscendente con gli altri: ognuno doveva ottenere i propri risultati, con le proprie forze, senza sotterfugi. Per questo quando vedeva qualche compagno in difficoltà si girava dall’altra parte e anche se conosceva la risposta evitava in tutti i modi di aiutare chi “poteva studiare come ho fatto io e stare attento a lezione”. Questo diventava quasi un mantra che si ripeteva ogniqualvolta se ne presentava l’occasione. 

Gran parte della classe lo considerava non tanto un secchione, ma uno che amava sentirsi superiore e snobbava i “poveri mortali”, uno dalla puzza sotto il naso da cui stare alla larga. Tutti tranne Luciano che, consapevole dei propri limiti non pretendeva nulla da lui, tanto non avrebbe lo stesso capito molto da un’improbabile spiegazione che Piero avrebbe potuto dargli in un impeto di generosità. Per questo Piero e Luciano avevano stretto amicizia ed erano spesso insieme anche dopo la scuola. E tra i banchi del liceo si erano sempre seduti insieme da quando Luciano, a causa della bocciatura aveva dovuto ripetere la prima classe.

Piero rimase assorto guardando il finestrino mentre il bus raggiugneva l’ingresso della scuola e non disse una parola. Luciano rimase male che dopo aver aperto il cuore all’amico avesse ricevuto in cambio solo un silenzio apparentemente disinteressato. Ma questo era un problema di second’ordine rispetto a ciò che lo avrebbe atteso da lì a poco.

Il compito iniziò e nell’aula si fece un silenzio surreale. “In un sistema di riferimento ortogonale R(0,x,y), dopo aver trovato l’equazione della parabola P con asse di simmetria parallelo all’asse delle y avente vertice in V= (-2,9) e passante per il punto C=  (0,5) determinare…”

Il problema era ancor peggio di quanto Luciano potesse mai immaginare e, come previsto, consegnò il foglio in bianco. Piero, invece, faticò a concludere l’esercizio ma riuscì nell’intento. Era in preda a una sorta di delirium tremens mentre ragionava e riempiva fogli di numeri, equazioni e disegni di parabole, tanto da non accorgersi del compagno di banco che di tanto in tanto emetteva un sospiro profondo e disperato. Si rese conto che Luciano aveva la testa reclinata sul petto e singhiozzava solo quando con fare vittorioso poggiò il compito completato sulla cattedra del professore e tornò a sedere al suo posto. Quel singhiozzo gli si fissò nel cervello come fossero dei colpi di martello ad intervallo regolare, sembrava gli stesse mancando l’ossigeno a seguire il loro ritmo cadenzato, voleva respirare ma non sentiva l’aria che gli entrava nei polmoni e… con un sussulto aprì gli occhi nella semioscurità della sua stanza da letto e si ritrovò seduto sul materasso.  

Il ritmo regolare che aveva in testa non era il singhiozzo di Luciano ma i colpi di scalpello degli operai che al piano di sopra stavano ristrutturando l’appartamento della famiglia Castiglione e avevano iniziato puntualmente il loro lavoro picchiettando il pavimento proprio sopra la sua testa. Era riuscito a svegliarsi dall’incubo che stava facendo: aveva la fronte imperlata di sudore e il respiro affannato. Ma non appena realizzò di trovarsi in casa e che il sogno aveva modificato la realtà dei fatti, tirò un sospiro di sollievo: era la mattina del primo giorno di vacanze, dopo la pubblicazione dei quadri con le pagelle e si sentì, per la prima volta, pienamente soddisfatto per ciò che aveva fatto a dispetto di quello strano incubo.

E lo sarebbe stato ancora di più dopo vent’anni quando fu chiamato a fare da padrino a Luciano a Stoccolma mentre il suo amico di sempre, dopo aver ricevuto dalla regina di Svezia il diploma che gli conferiva l’onorificenza del Nobel per la letteratura riprese posto accanto a lui e, mostrandogli la medaglia d’oro con il volto di Alfred Nobel, gli ricordò che gran parte di ciò che aveva realizzato era merito suo e che tutto era iniziato su quell’autobus con quella spiegazione magistrale di geometria analitica che, per la prima volta, aveva aperto le porte  della mente di Luciano agli arcani della matematica. 

Piero non lo aveva fatto copiare, non solo per le sue inveterate convinzioni di giustizia, ma soprattutto perché non ce n’era stato bisogno: la spiegazione chiara e puntuale dell’amico era servita a fargli tentare per la prima volta l’impossibile. Ed era riuscito nell’intento. Aveva consegnato il compito riuscendo a completare l’esercizio. Era arrivato a capire lo svolgimento anche se, alla fine il compito non aveva il risultato esatto a causa di un banale errore di calcolo. Il professore, però, aveva capito che qualcosa era successo a quell’alunno che sembrava rifiutare la matematica e che quel compito, seppur non corretto, era farina del suo sacco e lo valutò con la sufficienza che gli consentì di superare l’anno scolastico e di spiccare il volo verso ciò che amava fare di più: scrivere.

Il resto era storia conosciuta: Piero completò il corso di studi e si laureò brillantemente, diventò uno dei migliori professori di Fisica che l’Università di Napoli ebbe mai avuto. Luciano, dopo il liceo iniziò il percorso di studi nella facoltà di lettere e filosofia e trovò lavoro presso una nota casa editrice come correttore di bozze. La passione per la storia lo portò a scrivere una serie di romanzi di successo, tradotti nelle principali lingue conosciute, che riuscirono ad avvicinare un elemento tanto ostico ad una platea immensa. La qual cosa gli fece vincere il Nobel per la Letteratura nel 2045. 

E tutto a causa di un compito di matematica sbagliato: questo avrebbe visto uno storico superficiale se avesse semplicemente guardato il risultato di un elaborato nel terzo anno di liceo del percorso di studi di Luciano.

Un compito sbagliato: il primo compito riuscito, anche se non pienamente. Due facce della stessa medaglia. Sottile distinzione tra chi si ferma all’apparenza e chi riesce a vedere progressi e potenzialità.

Buona vita Aur(e)lia…

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