L’Ipocondriaca Sindrome anticomunista degli Stati Uniti #1

IL “VIZIETTO”: IL TIBET E LA CINA COMUNISTA

inizio qui una serie di articoli storici che prendono spunto dal libro indagine di William Blum, Killing Hope: U.S. Military and CIA Interventions Since World War, 2003

Correva l’anno 1949 e, dopo aver tentato in tutti i modi di appoggiare la fazione nazionalista cinese del generalissimo Chang contro l’orda comunista, dopo aver invano speso miliardi di dollari e sostenuto il costo di decine di migliaia di morti civili, gli americani si domandavano come “i cinesi potessero preferire l’instaurazione di un governo comunista” alla leadership, seppure dalle discutibili qualità, che loro avevano propugnato1.
E anche quando il Governo cinese, dopo la rivoluzione comunista, aveva già esteso il suo predominio su tutta l’immensa nazione, gli USA continuarono la loro opera di dissuasione puntando tutto sul Tibet, anche contraddicendo quanto affermava lo stesso Governo degli Stati Uniti2.
Le politiche degli Stati Uniti in Tibet andarono in deroga ad ogni forma essenziale del diritto internazionale. A metà degli anni cinquanta, infatti la CIA incominciò il reclutamento di tanti rifugiati ed esuli tibetani raccattati tra l’India e il vicino Nepal; furono portati in una base dismessa tra le montagne del Colorado, rendendo quanto più simile l’ambiente alle loro terre natali. E lì vennero addestrati nelle tecniche paramilitari.

Alla fine dell’addestramento ogni gruppo fu inviato nei paesi asiatici amici, a partire da Taiwan da dove veniva infiltrato non solo nel Tibet ma anche in Cina per dedicarsi ad opere di sabotaggio, distruzione, assalto di contingenti comunisti, attività “terroristiche”.

L’operazione in Colorado durò fino ai primi anni sessanta e non si sa quante centinaia di tibetani siano stati formati durante questo programma. Significativo è il fatto che anche dopo la fine dell’addestramento, la CIA ha continuato per anni a finanziare e a rifornire gli alleati asiatici nell’improbabile sogno di riconquistare la propria patria, unicamente con lo scopo di creare una spina infiammata nel fianco del gigante cinese.

La notizia ebbe risalto negli USA nel 1961 grazie ad un’inchiesta del New York Times, che – però – fu insabbiata per l’intervento deciso del Pentagono3. Era un periodo di relazioni molto tese tra gli Stati Uniti e la Cina, la guerra di Corea aveva lasciato strascichi non indifferenti e non ci si poteva imbarcare in ulteriori pretesti per un probabile conflitto.

Da parte sua la Cina protestò in tutte le sedi possibili per i lanci effettuati dagli Stati Uniti nei primi mesi del 1952 di grandi quantità di insetti velenosi e batteri sui cieli non solo della Corea ma anche della Cina nord-orientale. Furono presentate le testimonianze di decine di piloti americani catturati che confermavano la natura terribile del carico e che descrivevano in maniera particolareggiata tutte le fasi dell’operazione: dalla tipologia di ordigni, le malattie che gli agenti patogeni potevano provocare. In seguito a ciò fu nominata una commissione internazionale composta da numerosi scienziati svedesi, italiani, francesi, sovietici, brasiliani che, dopo un’indagine in loco stilò un rapporto di centinaia di pagine che arrivava alla seguente conclusione:

I popoli della Corea e della Cina sono stati effettivamente l’obiettivo delle armi batteriologiche. Queste armi sono state impiegate da unità delle forze armate degli Stati Uniti, utilizzando una grande varietà di sistemi, alcuni dei quali sembrano essere evoluzioni degli armamenti impiegati dai giapponesi durante il secondo conflitto mondiale4

A seguire, nel 1970 lo stesso New York Times dovette ammettere che durante la guerra di Corea, l’esercito degli Stati Uniti mise mano ai documenti nazisti circa le armi chimiche e batteriologiche mettendo in produzione migliaia di litri di Sarin5.

Tra gli anni cinquanta e sessanta l’Esercito USA e la CIA condussero numerosi esperimenti anche sul territorio nazionale: nel 1955 lanciarono sui cieli della Florida i batteri della pertosse, causando negli anni successivi un drammatico aumento delle malattie respiratorie6

Fa, in seguito, sorridere ciò che il Segretario di Stato Dean Rusk nel marzo del 1966 si domanda, durante un intervento al Congresso circa “l’ossessione dei leader Cinesi di essere minacciati e accerchiati da forze esterne”7.

Non aggiungerei altro, perché già gli eventi e le fonti citate sono più che eloquenti nel descrivere un modus operandi endemico nel Governo degli Stati Uniti. La domanda che dovremmo porci è: “se lo hanno già fatto, perché non dovrebbero continuare a farlo?”

  1.  cfr. Greene F. A curtain of ignorance, New York 1964.
  2. Foreign Relations of the United States, 1953, China, Washington, U.S. Government Printing office, 1957 p. 28.
  3. D. Wise, The politics of lying, New York, 1973, pp. 239-254.
  4. “People’s China”, Pechino, Foreign Languages Press, 17 settembre
  5. “New York Times”, 9 agosto 1970, IV, p.3
  6. “The Washington Post” 17 dicembre 1979, P A18.
  7. “Department of state Bulletin”, 2 maggio 1966.