Riflessioni "di campagna"

Il re è nudo

ReNudo

“Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”

Tra i neuroni residui che ancora si ostinano a creare sinapsi nel mio cervello, di certo è rimasta imbrigliata questa frase, sopita dai tempi del liceo. Mi sembra ancora di vedere il volto della cara professoressa di latino, mentre si contorceva in una smorfia da maschera greca e per dare enfasi alle parole di Cicerone, con la sua voce stridula e il dito puntato al cielo declamava quasi sillabando: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”, e quando giungeva all’abutere sembrava di contemplare l’attimo della creazione nella Cappella Sistina.
No, non capii allora. Sembrava così lontana quella convocazione del Senato romano con la denuncia del Pater patriae del suo tentato omicidio da parte di Catilina…
Oggi, però, quelle parole continuano a martellarmi il cervello. Quando? Direte voi. Ecco, ogniqualvolta ho la disgrazia di guardare un telegiornale, ascoltare le notizie alla radio, leggere qualche articolo da un quotidiano.

Quanto durerà la nostra pazienza?
No, non è la domanda esatta.
In questa stramba società non siamo noi gli attori principali. Alle preposizioni che hanno “noi” per soggetto non si confanno i verbi di azione, ma solo una parte dei verbi riflessivi.
Allora, vedeva proprio lungo il buon vecchio Marco Tullio quando rivolgendosi all’odiato avversario prorompeva in una frase dall’effetto immediato: “Tu, tu – dimmi – fino a quando abuserai della nostra pazienza?”

Eh si, perché la pazienza è la virtù dei forti fino a un certo punto, oltre il quale cessa di essere una virtù.
Noi, forse, questo punto non l’abbiamo ancora superato e, quindi, stiamo qui ad aspettare e a sperare che quello che ci dicono sia vero: che la crisi stia finendo, che l’occupazione sta risalendo la china, che non stiamo poi così male, che c’è chi sta peggio di noi. Anestetizzati, anzi, narcotizzati da una comunicazione falsa che trova un’ottimo conduttore nel veleno che ci è stato instillato negli ultimi trent’anni e che ci fa ripetere, come lobotomizzati: “l’hanno detto al Tiggì”. Non c’è un “grande fratello” che manipola le coscienze, il problema è che la coscienza l’abbiamo ormai archiviata in soffitta, di conseguenza tutto passa senza filtro e senza critica.

E se qualcuno illuminato oggi avesse l’ardire di gridare, come nella favola, che “il re non ha niente addosso”, non so se riusciremmo a risvegliarci dal torpore e, finalmente, iniziare a riscattarci.

Così, per non lasciare nulla intentato, a breve vi racconterò una storia…

Prima parte: Re Artù e il viaggio nel tempo

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